Ecco un numero di Gamma diverso per più motivi da quelli finora presentati, un numero in cui più che in altri si affronta il problema della fantascienza come mezzo di espressione letteraria. Intendiamoci, come nessuno dei testi che qui pubblichiamo può essere considerato una lettura noiosa così ness
Gamma 13 - Rivista di Fantascienza (1966) [beta]
✍ Scribed by McIntosh, Amis, Schmitz
- Publisher
- Edizioni dello Scorpione
- Year
- 1966
- Tongue
- Italian
- Weight
- 955 KB
- Series
- Gamma 13
- Category
- Fiction
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✦ Synopsis
Che cosa possiamo pretendere da un cinema di fantascienza? Più o meno quello che si pretende dal cinema in senso generale: che comunichi idee, sensazioni emotive ed estetiche, che diverta. Possibilmente con un qualcosa di più: quel qualcosa di peculiare che fa si che un film o un libro di fs abbiano una fisionomia caratteristica, che comunichino emozioni e idee “diverse” da quelle di un film o un libro ordinari. Ci sono determinate idee e concezioni che formano materia di saggi o di critica: ma capita spesso che il solo modo efficace di dare a queste concezioni una forma narrativa sia la fantascienza, nelle varie accezioni del termine. Questa peculiarità è stata spesso raggiunta dalla narrativa di fs, assai di rado dal cinema. In questo campo la colpa è meno degli autori che dell’industria cinematografica, dove i soloni del commercio non credono assolutamente ad un cinema di idee e considerano la fs ancora oggi, nonostante Kubrick, come una specie di campo Arar dei trucchetti meccanici e delle più ingenue soluzioni spettacolari. L’ultimo guaio del genere gli hollywoodiani l’hanno combinato con Viaggio allucinante (Fantastic Voyage, 1966) diretto da Richard Fleischer. Un’idea originale e interessante, un regista che ha già dato qualche motivo di curiosità e una scenografia che ha bruciato una metà abbondante di un budget di quattro miliardi di lire: c’era abbastanza di che smuovere non soltanto gli appassionati di fs, ma anche quanti hanno interesse per un cinema non troppo convenzionale. Una bella delusione per tutti, invece, questo Viaggio allucinante (chissà poi perché allucinante?): in pratica il più clamoroso esempio di miopia commerciale, innanzi tutto. Non si buttano via centinaia di milioni per una spettacolare scenografia usandola poi soltanto come un fondale a colori buono quanto un altro, senza mai adoperarla in funzione narrativa.
L’idea da cui sono partiti Richard Fleischer, regista, e Harry Kleiner, sceneggiatore, è nota e proviene da un racconto di Jerome Bixby (ridiventato per l’occasione Jay Lewis B.) e Otto Klement: il viaggio di un sommergibile, ridotto alle dimensioni di un microbo, all’interno di un corpo umano per eliminare un embolo al cervello e salvare la vita al paziente. Sono persino ovvie le straordinarie possibilità spettacolari che un simile soggetto offriva: Fleischer avrebbe inoltre avuto il merito di essere il primo a descriverci un ambiente insolito come il corpo umano per quello che è veramente, un mondo a sé, meraviglioso e affascinante. Ma purtroppo il film, dopo un inizio asciutto e ben scandito (l’arrivo notturno dello scienziato in aereo con lo spiegamento di soldati e il successivo attentato) diventa un film d’avventura dei più banali: un po’ di generici incidenti, la minaccia incombente della solita spia sabotatrice, la bella scienziata e un po’ di suspense alla fine: ce la faranno o non ce la faranno a salvare la vita allo scienziato ferito e a uscire dal suo corpo sani e salvi? Cambiando il minimo indispensabile, i costumi soprattutto, potrebbe trattarsi benissimo del viaggio di una diligenza nel West infestato dai pellirosse o di una missione pericolosa durante la seconda guerra mondiale.
A che pro’ scomodare consulenti medici, uno scenografo accurato e geniale come Dale Hennesy, e persino Isaac Asimov (evidentemente, nel caso specifico, per essere autore dell’ottimo libro di divulgazione Il fiume della vita) quando non si aveva alcuna intenzione di utilizzare il loro contributo di idee? Un caso esemplare è quello di Asimov: lo scrittore scienziato è stato incaricato di dare forma narrativa al copione del film, scritto da Harry Kleiner. Ben conscio della fragilità del copione e dell’inesistenza di personaggi concreti e di vera azione, Asimov ha tentato, riscrivendo la storia in forma di romanzo (uscito in versione condensata su Epoca), di dare almeno una certa caratterizzazione, se non proprio una vitalità, ai vari personaggi, di dare qualche motivazione al loro agire e un po’ di forza drammatica al racconto. Più di tanto non si poteva fare e anche il libro è abbastanza generico; ma ecco, per esempio, la spia trasformarsi nel testo di Asimov in uno scienziato tormentato dall’idea che un’arma come la miniaturizzazione, di cui il paziente è l’inventore oltre che la cavia, possa cadere in mano ai militari, con le tragiche conseguenze che ogni lettore di fantascienza ben conosce; e i suoi tentativi di sabotare il viaggio sono dettati da ragioni etiche che nulla hanno a che fare con la volgare inconsistenza del personaggio omologo come appare nel film, in una burattinesca iconografia stile anni 20: testa rapata, sguardo sfuggente, espressioni ambigue e una cattiveria ben degna della brutta fine riservatagli, fagocitato da un globulo bianco, come nei film coi BEM di buona memoria (e nulla può la presenza di un attore serio come Donald Pleasence; né contro i manichini a loro affidati possono nulla Arthur Kennedy, Edmond O’Brien, Stephen Boyd, Arthur O’Connell). Un po’ di propaganda a fumetti è ancora considerata utile a Hollywood.
Regista, sceneggiatore e produttori si sono ben guardati dal raccogliere i suggerimenti di Asimov, persona che di narrativa e di biologia se ne intende. E così il primo viaggio all’interno del corpo umano invece di affascinarci ci annoia come un qualcosa di vecchio, di già noto: non molto più emozionante di un tragitto sulla metropolitana milanese.
Nonostante i lontani influssi di un padre autore di disegni animati (Max Fleischer è stato il padre cinematografico di Braccio di Ferro), a Richard Fleischer i “viaggi straordinari” interessano ben poco: la riprova eccola in Ventimila leghe sotto i mari (20.000 Leagues under the Sea, 1954) che è stato rispolverato sul finire dell’estate. Anche qui Fleischer si dimostra un realizzatore decoroso e piatto, senza vera intelligenza spettacolare, senza curiosità, senza personalità. Non fosse per la presenza di James Mason, che dà al personaggio del capitano Nemo una struttura, una sincerità e una malinconia che ne fanno una caratterizzazione quasi memorabile, nel film non ci sarebbe più alcuna traccia di Jules Verne, abbandonato a favore di qualche scampolo dei documentari sulla natura di Walt Disney (produttore del film,) e per le pagliacciate insopportabili di Kirk Douglas. Del significato del lungo viaggio che il capitano Nemo fa compiere al professor Aronnax a bordo del “Nautilus”, neanche un cenno: e, con tanti saluti a Verne, Nemo muore in omaggio al moralismo dei film americani tipo famiglia perché ha perseguito il bene ma lungo una strada sbagliata.
Più onesta, tutto sommato, quella sciocchezzuola fantaspionistica che si intitola Se tutte le donne del mondo (Operazione paradiso), un film italo-americano firmato da Henry Levin e Amedeo Maiuri, il primo come regista, il secondo come soggettista e sceneggiatore (ufficialmente anche come regista, per facilitare al film il riconoscimento di una precaria nazionalità italiana). È un filmetto dichiaratamente futile, dal soggetto (che mostra un despota pazzoide desideroso di sterilizzare tutti gli uomini della Terra per rimanere l’unico maschio effettivo), alla sceneggiatura, che è imbottita di trovatine umoristiche quasi sempre fine a sé stesse, alla recitazione che è fin troppo caricaturale. Può essere sotto certi aspetti anche un film divertente, grazie a un’estroversa Dorothy Provine, scesa inaspettatamente sul campo di Shirley Mac Laine, e alla presenza di Terry-Thomas al Volante di una Rolls-Royce capace di far vergognare l’Aston Martin di James Bond; è un divertimento però che non lascia nessun ricordo e che non suggerisce niente. La strada di Hellzapoppin’ non è facile da seguire come sembrerebbe. Da segnalare, all’attivo del film, le scenografie, i costumi e le macchine speciali, opera di tre illustri specialisti come Mario Garbuglia, Maria De Matteis e Piero Gherardi.
Tono e discorso ben diversi invece con Stato d’allarme (The Bedford Incident, 1965), un film di James B. Harris, ex operatore e “complice” di Kubrick in film come Orizzonti di gloria e Lolita. Il film è passato furtivamente per le prime visioni, nonostante gli indubbi meriti e una spettacolarità non volgare. Il guaio è che qui siamo al “famigerato” cinema d’idee, per di più non appoggiato al colore, al cinemascope, né ad attori di primo piano. Prodotto e interpretato in Inghilterra da Richard Widmark, Stato d’allarme si allinea alla “fantapolitica” di film come A prova di errore, più che alla fantascienza di Il dottor Stranamore (la differenza di terminologia è dovuta soltanto alla diversa prospettiva usata dagli autori). Di A prova di errore ripete anche in parte il meccanismo, superando però il film di Sidney Lumet per una più efficace esposizione narrativa della tesi ideologica. Il film è di evidente ispirazione kennedyana, a volte evidente fino all’ingenuità, per timore di non essere abbastanza chiaro; ecco così il giornalista e fotografo Ben Munceford (Sidney Poitier) contrapposto dialetticamente allo spirito militarista impersonato da Eric Finlander, comandante di un lanciamissili nucleare americano in missione di sorveglianza ai limiti delle acque territoriali della Norvegia, per conto della NATO. Il personaggio del giornalista è il punto debole del film, portavoce di una polemica ideologica e pacifista eccessivamente didascalica, a volte sottolineata facendo violenza all’equilibrio della narrazione; ingenua fino al punto di contrapporre schematicamente il negro democratico e intelligente al bianco intelligente ma brutale e guerrafondaio.
Finlander infatti, in cerca di rivendicazioni di carriera e per obbedire al proprio spirito guerriero, ha trasformato la missione di sorveglianza del “Bedford” in una guerra fredda personale, ciecamente seguito da un equipaggio ridotto ad un’obbedienza meccanica per amore di un malinteso spirito di disciplina e di virilità. Dopo aver imbarcato il giornalista, che deve fare un servizio sulla NATO, Finlander insegue un sommergibile nucleare russo che ha violato le acque territoriali della Norvegia: lo insegue pretendendone la resa, fino alle regioni polari, senza badare agli ordini contrari che gli arrivano da terra. E alla fine, a causa dell’errore di un ufficiale stremato dalla tensione, la catastrofe atomica avrà luogo.
Scritto da James Poe, sulla base di un racconto di Mark Raskovich, Stato di allarme è un film asciutto e sorvegliato, di stile documentaristico, una fredda e spietata rappresentazione della guerra fredda; la dimensione avveniristica è ricondotta nei binari di una realtà non soltanto psicologica che è spesso la chiave giusta per interpretare gran parte dei risultati della fs moderna. Quel tipo di fs adulta, polemica e pacifista di cui sono tre buoni esempi i testi di Kingsley Amis, J. T. McIntosh e James Schmitz che appaiono in questo numero di Gamma.
Sommario:
J. T. McIntosh - L'UNITÀ (Unit, 1957)
James Schmitz - L'EDUCAZIONE DI BARNEY CHARD (Gone Fishing, 1961)
Kingsley Amis - QUALCOSA DI STRANO (Something Strange, 1960)
Articoli:
V. De Carlo - I viaggi straordinari di Mr. Fleischer
V. Spinazzola - Fantastorie naturali
T. Ranieri - L'esploratore della speranza
G. Tomaselli - Paura della bomba
C. Pagetti - Il ritorno di Wells
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