Rohan Michael Scott - Mondi incrociati 03 - 1993 - Il Castello fra i Mondi Incrociati
✍ Scribed by Rohan Michael Scott
- Publisher
- Nord
- Year
- 1995
- Tongue
- Italian
- Weight
- 240 KB
- Series
- Mondi incrociati 3;Fantacollana 133
- Category
- Fiction
- City
- Milano
- ISBN-13
- 9788842908333
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✦ Synopsis
Le antiche popolazioni della Mesopotamia erano convinte che il fiume Tigri altro non fosse che il riflesso terreno di un “modello” originario e primigenio di natura celeste: la stella Anunit; parimenti pensavano che il fiume gemello — l’Eufrate — avesse il suo modello cosmico nella stella Rondine. I Sumeri facevano esplicito riferimento a una «dimora delle forme degli dei» di cui avrebbero avuto la propria dimora le divinità delle greggi e dei cereali. Come ci ricorda Eliade nel suoII Mito dell’Eterno Ritorno, lo stesso discorso valeva per le popolazioni altaiche — che attribuivano un modello celeste a ciascuna montagna — e per gli egiziani, che attribuivano ai luoghi della terra i rispettivi nomi, in funzione e come riflesso di una vera e propria “Mappa celeste”. Sempre Eliade trae le conseguenze di ordine trascendente e di ordine religioso di questo diffuso “sentire” delle popolazioni antiche — direi quasi di ordine metafisico — prendendo in prestito la cosmologia iranica di tradizione zervanita, per la quale “ogni fenomeno terreste… corrisponde a un termine celeste, trascendente, invisibile, a un’«idea» nel senso platonico del termine. Ogni cosa si presenta sotto un duplice aspetto: quello dimenok e quello digètìk. Vi è un ciclo visibile (gètìk) quindi vi è per forza anche un cielo invisibile che èménòk. La nostra terra corrisponde a una Terra Celeste”.
In base a questa credenza, ogni realtà terrestre è una realtà parziale, sbiadita, solo il riflesso di una “vera realtà” di ordine superiore, per cui si può dire che “Dal punto di vista cosmogonico, lo stadio cosmico qualificato comemènòk è anteriore allo stadiogetìk“.P)
Presso innumerevoli popoli e tradizioni delle più disparate latitudini ne è conseguito che i luoghi sacri (come i templi) hanno sempre un prototipo celeste e, in senso lato, che — per dirla in termini biblici — “una Gerusalemme celeste è stata creata
(D Mircea Eliade, // *Mito dell’Eterno Ritorno,*Boria, Torino, 1975, pag. 19. <2> Ibid. pag. 20.
da Dio prima che la città di Gerusalemme fosse costruita dalla mano dell’uomo”
Ora, l’idea dell’esistenza di un modello celeste all’origine del mondo materiale in cui gli uomini spendono la loro vita terrena, ha ingenerato nel tempo altri due miti — altri due sistemi simbolici — che s’intrecciano fra loro e, insieme, si collegano alla cosmogonia su accennata. Essi sonoil mito dell‘“eroe”, capace di penetrare nei recessi inaccessibili e perigliosi che costituiscono il “luogo” degli archetipi celesti — spesso identificato in un mistico “Centro del Mondo”, astratto rispetto allo spazio e al tempo profani, della materialità, ma non per questo impenetrabile all‘“eroe” che sappia sublimarsi attraverso un viaggio e le prove “iniziatiche” — e lianostalgia del paradiso: l’ansia e il desiderio di elevarsi al livello degli archetipi celesti, di lasciare l’ambito del puro “essere” per sperimentare l’ebbrezza del “dover essere”, per vivere a contatto dei modelli cosmici.
Sul piano pratico questa attitudine da un lato ha comportato un moltiplicarsi delle simbologie ritualmente legate alla “riproduzione” nel mondo profano almeno di una scintilla dell’archetipo celeste (di qui i riti di costruzione di templi, monasteri, cattedrali, castelli, intesi come riproduzioni quanto più possibili fedeli del centro del mondo, ma anche i riti di costruzione di una capanna e perfino di accensione del semplice focolare, o ancora le ritualità legate agli alberi, intesi come riflessi terreni dell’Albero Cosmico— Ygdrasyl — ponte metafisico fra Terra e Cielo), dall’altro ha generato il fiorire di tutta una “geografia fantastica”, che tendeva a seminare in giro per le «terrae incognitae» del mappamondo paesi “beati”, isole mistiche, montagne invisibili, regni favolosi, tutte schegge — nell’ambito del nostro spazio profano — di quella Terra Celeste cui accennavamo prima.
Thule, l’Isola Bianca, la Leuké della tradizione ellenica, locvetasvipa della tradizione indù, la Terra del Sole, l’Avallon celtica, altro non sono che le risposte, in termini di mitologia epica, ai due miti sopra descritti: meravigliose e perigliose mete per eroi disposti a tutto osare pur di abbeverarsi a una goccia della “vera realtà” e — insieme — motivi di rinnovata speranza
Ibid. pag. 21.
<4> Mircea Eliade, *Trattato di Storia delle Religioni,*Boringhieri, Torino, 1976, pag. 394-398.
per chi non cessa di sognare di potere estinguere un giorno la sua “nostalgia del paradiso”.
Questi luoghi immaginari, questi paesi sospesi fra il mito e poi la favola, sono anzi legati a una così costante, riaffiorante ansia dell’animo umano, da essere trapassati dal mito allechansons de geste (basti pensare ai continui richiami a Isole fantastiche e Castelli perigliosi nel ciclo dei «Cavalieri della Tavola Rotonda» e in quello più ampio della «Cerca del Graal»), da queste all’epica rinascimentale e da essa all’immaginario collettivo dell’era dei viaggi e delle esplorazioni — disseminando giungle e deserti delle ”Americhe“, agli occhi visionari dei variconquistadores, di El Dorado e Città d’Oro — per approdare infine sulle pagine dei maggiori classici dell’immaginario moderno (se con il nome di Oz o Narnia non fa differenza). È anzi proprio in uno di questi classici, patrimonio ormai della storia letteraria dell’umanità, che questi terreni avamposti della Terra Celeste hanno trovato la loro quintessenza: nell’«Isola che non c’è» che fa da sfondo alle scorribande avventurose di Peter Pan e dei Bambini Smarriti, luogo sublimato d’incontro e fusione di tutte le fantasie e le terre immaginarie, scaturito dalla penna ispirata di James Matthew Barrie.
Appare dunque chiaro, alla luce di questo sommarioexcursus, come la straordinaria trilogìa di Michael Scott Rohan, che arriva con questo terzo volume al suo epilogo, si collochi — al di là dei suoi indiscutibili meriti letterari — nel solco di una millenaria e fondamentale tradizione, mitica prima e letteraria poi, apportandovi una ventata di genialità e novità, con un occhio più che casualmente rivolto al vecchio Peter Pan, il cui volo sopra le nubi al timone del veliero del Capitano Uncino è troppo simile alla partenza di Steve nel primo volume perché possa trattarsi solo di una coincidenza.
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