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✍ Scribed by Drndić Daša


Publisher
La nave di Teseo
Year
2019
Tongue
Italian
Category
Fiction

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✦ Synopsis



Maggio 1992. Più precisamente, è il 14 maggio 1992, mattina. Il giorno è assolato, quasi estivo. Antonia Host, casalinga quarantaduenne, madre di due figli (di tredici e di sedici anni), porta una valigia marrone, piena, screpolata dal lungo inutilizzo, dalla polvere e dall’aria secca, dai non-viaggi, dalle non-partenze, dai non-arrivi da chissà chi e chissà dove. La casalinga Antonia Host, andandosene, non chiude a chiave la casa e abbandona il proprio cortile. I piatti sono lavati, i letti rassettati, i vasi variopinti e fioriti, Antonia Host canta sottovoce O bella ciao e i suoi capelli, tinti di fresco, screziati da ciocche più chiare, capelli con un taglio alla moda – svolazzano, ondeggiando mentre cammina. Sono belli i miei capelli, dice Antonia Host. Sono luminosi. Bella ciao, bella ciao, ciao, ciao, canticchia Antonia Host, proseguendo. Non si potrebbe definirla triste.


Antonia Host si siede nel treno e arriva in porto due ore prima della partenza della nave per il Sud Europa. Nell’osteria dei pescatori mangia calamari ai ferri e bietole con l’olio d’oliva, si beve un bicchiere di merlot e un caffè senza latte né zucchero. Compra un biglietto per la cabina. Viaggia due giorni. Guarda il mare. Canticchia. Arriva nella città mediterranea. Prende una camera in affitto. Guarda il mare. Canticchia. Batte lievemente a ritmo con le dita. Senza sosta batte con le dita, veloce e delicata, come se battesse il tamburo di pelle tirata di un tam-tam africano. Dalla sua vita la separano un migliaio di chilometri terrestri e chissà quante miglia marine. O forse non la separa nulla, da alcunché.


La città mediterranea è famosa dal punto di vista storico; è una città antica con molte mortitudini, ma la musica in essa è viva. È una città con un’accademia musicale pulsante, molto nota ovunque. All’indomani, Antonia Host si infila ai piedi scalzi dei sandali, neri, si fascia in un vestito stretto di seta, anch’esso nero, e bussa alla porta del direttore dell’Accademia. La giornata è assolata, ancor più estiva e ancor più calda di quella della città abbandonata da Antonia Host, città sita sui pendii di un bosco di pini; anche questa città ha molti pini, moltissimi. Il cielo è sfacciatamente blu, il cielo è blu perla, il cielo canta, dice Antonia Host, e io sono truccata bene. Antonia Host ha gli occhi verdi e un’elegante altezza. Antonia Host respira profondamente e uniformemente. Amo la mia bocca rossa e i miei capelli rossi, dice. Amo i miei fianchi, sono fianchi seri e anche loro portano canto e il mio vestito è elegante, dice.


Al direttore dell’Accademia, Antonia Host si presenta come Lydia Paut.


Mi sono laureata qui, molto tempo fa, dice. Sono pianista, dice. Posso tenere le lezioni per gli studenti. Mi chiamo Lydia Paut. Così dice.


Cominci con le lezioni private. Poi vedremo. Così dice il direttore in modo assai gentile, assai cortese.


Nei panni di Lydia Paut, Antonia Host diventa molto amata nella città un tempo fortificata, oggi una città assolata e aperta su ogni versante. Lydia Paut, alias Antonia Host, suona ai concerti da camera, suona anche partiture solistiche. Suona negli spazi aperti, suona nella sala di pietra dove le sue spalle si gelano. Il pubblico è internazionale e selezionato. Due anni dopo, il direttore del conservatorio (lo stesso) le dice: Cara Lydia, diventerai il mio sostituto. Antonia Host, ovvero Lydia Paut dice: Ciò mi renderà felice.


Lydia Paut ha degli amici. Lydia Paut ha una casa, ha il pianoforte, ha nuovi ricordi. I miei vecchi ricordi sono diventati vele, bianchi come lenzuola, i miei ricordi svolazzano come fantasmi e su di essi non c’è scritto niente, dice Lydia Paut, quando qualcuno le chiede del suo passato, benché siano pochi quelli che lo fanno, così è la gente di quel posto. Si fanno gli affari propri. Lydia Paut studia nuove lingue. Lydia Paut ride.


Passano cinque anni. La vita è bella. Talvolta passeggio per le vie di pietra, scalza, di notte, dice Lydia Paut. La pietra irradia il calore del sole.


È il concerto di Capodanno, Lydia Paut suona Liszt. La città emana un’atmosfera festosa, in essa luccicano molte piccole luminarie argentee. Le notti sono fredde e secche. Le onde impazzano, ma non sconfinano nella città. Dopo il concerto, una donna grassa si avvicina a Lydia Paut e le dice:


Tu non sei Lydia Paut. Tu sei Antonia Host. Vi conosco entrambe. Abbiamo studiato assieme in questa città, molto tempo fa.


Lydia Paut (Antonia Host) osserva la grassona con gli occhi spalancati. È impossibile, dice. Io non vi ho mai vista.


Poco tempo dopo Antonia Host, comunque convinta di essere Lydia Paut, viene trasportata (forzatamente) in elicottero nella sua ex città, ottobrina. Sulla pista l’attende il marito, un personaggio pubblico molto noto nel settore politico religioso. La aspettano i suoi figli, oramai maggiorenni. Chi siete? chiede Antonia Host. Io non vi conosco.


Antonia Host viene portata nella clinica psichiatrica, dove curano la sua amnesia, estirpano il ricordo della sua fuga. La riporteremo alla Sua vita, dicono.


Quale vita? domanda Lydia Paut per poi tacere per sempre.


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