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Felicità
✍ Scribed by Nina Berberova
- Publisher
- Guanda
- Year
- 1995
- Tongue
- Italian
- Weight
- 94 KB
- Series
- Narratori della Fenice
- Category
- Fiction
- City
- Parma
- ISBN
- 8877467738
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✦ Synopsis
È un classico avvio berberoviano quello di "Felicità", ultimo romanzo di Nina Berberova, ritrovato inedito ma compiuto alla sua morte. Si apre su una stanza del "Grand Hôtel" nella Parigi degli anni trenta, col suicidio di Sam Adler, un violinista ebreo russo, emigrato in America. Poi, lentamente, svela la fondamentale solitudine di una donna, Vera Jur'evna, anche lei russa, emigrata a Parigi; ombra infelice di un marito da sempre malato, amica d'infanzia di Sam. Classicamente berberoviano, e cioè scarno e imperioso, è il richiamo del passato. Accanto al cadavere solo un nome, quello di Vera, e il suo indirizzo. Così di fronte al cadavere di Sam, "come sullo schermo nero del camino si srotola la pellicola di un'infanzia che Vera non ha avuto modo di raccontare a nessuno". Ritroviamo Pietroburgo 1912-18, la stanza dove Sam e Vera fecero amicizia, il chiarore interminabile delle estati quando non c'era modo che loro due si separassero, il sogno di fare dell'amico un prigioniero, il ricordo della madre la cui anima Vera credeva fatta della materia e del colore di una perla, poi il passaggio della rivoluzione e, infine, il silenzio. "San Pietroburgo si era tacitata: i tram non funzionavano, l'erba era cresciuta tra le fessure di granito; si era tacitato il mondo di cui qui non giungeva nessuna eco. Si era tacitata Vera". Berberoviano è quel restituirci filo a filo l'ordito quotidiano di solitudini immense, la presenza di Aleksandr Al'bertovic, il triste sentimento che spinge Vera a sposarlo, a seguirlo fino a Parigi. "Immagina un appartamento piccolo-borghese di Pietroburgo. Il crepuscolo. Il gelo. In lui c'era qualcosa di straniero. No, non riesco a spiegartelo". E il tempo. Quel tempo che si dondola fuori dalla finestra come un mare morto, nella ripetizione nobile e inutile dei giorni e dei gesti; nell'attesa di una morte che - lo avrebbe confessato anche al primo venuto - lei desiderava, e di fronte alla quale ha un gesto appena: chiude il libro che stava leggendo per lui e si alza, un attimo prima che si spenga la vita stessa, la sua. E però, come la Sacha di "Alleviare la sorte", Vera risente in quell'esistenza tetra e indebolita qualcosa che contro tutti rinasce, anche se parte confuso da un infinito intorno a cui giriamo, giriamo senza vederlo. E riprende Vera a passeggiare, a prender treni. Scopre Nizza e un altro uomo, Karelov, n‚ peggio n‚ meglio di tanti altri; e perciò tale da renderla felice perché "anche lei era come tutti, era nessuno". Così dopo Sonecka ne "L'Accompagnatrice" ("A diciott'anni avevo finito gli studi al Conservatorio. Non ero intelligente e neppure bella; non possedevo qualità eccezionali. Insomma non ero niente"), dopo Ljudmila L'vovna Evgenij e Alja ne "Il Male nero" ("Quando studiano da Olga Osipovna non avevo tempo per leggere, ero costretta a guadagnarmi da vivere, a combattere, non ero tipo da libri. Non sono una persona istruita, non so nulla"), dopo la già citata Sacha, nell'assenza di "bellezza, istruzione e talento", nell'esilio ingrigito e miserabile della Parigi della prima ondata di emigrazione russa si consuma la verità dimessa, inosservata, raso muro di un'altra anima berberoviana e la bellezza disadorna e solenne della sua scrittura.
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